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Diventare scrittore: Antonino Marino e "Il custode di anime" | Good Book Night

Pubblicare un libro in Italia: l'esordio di Antonino Marino








Ho scritto un romanzo. 
Quante volte lo avete sentito dire a un amico, a una collega dell'università o di lavoro? Il vero problema (ok, non che la fase stesura sia semplice!) è a chi inviare i manoscritti, come muoversi per trasformare una bozza in libro?  Non tutti ci riescono, è un dato di fatto. Il panorama editoriale è complesso: se escludiamo tutti gli autori autopubblicati e quelli che si affidano a case editrici a pagamento, per ogni aspirante scrittore che si propone altri 10 restano fuori.
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La ballata delle acciughe di Dario Vergassola

La ballata delle acciughe di Dario Vergassola


La-ballata-delle-acciughe-Dario-Vergassola-copertina




Avvertenze speciali: Qui mi sa che le uniche sane di mente sono le acciughe
Lullaby: "California" dei Phantom Planet
Editore: Mondadori| Anno: 2014| pp.125


Buongiorno Lettori! Oggi parlerò di un libro comprato quest'estate, quando erano in corso gli IBSDays e il mio carrello virtuale si è riempito di 7-8 libri che ancora devo smaltire, dato che, tanto per cambiare, poi ho letto altro. Nel pieno rispetto della legge sugli acquisti istintivo-compulsivi di libri, diciamo.

Al Bar Pavone i clienti, il barista e i seccatori che iniziano a perdere qualche rotella sono sempre gli stessi da più o meno vent'anni. C'è il barista Gigi, detto Gigipedia, che non sa quasi tutto, ma proprio tutto. C'è Giulianone, che racconta di essere stato rapito dagli UFO e di aver riparato la loro astronave. I fratelli Chiappa, tre energumeni, che sembrano la versione nerboruta dei gemelli Pinco Panco e Panco Pinco + 1. Albé e Lucio, impegnati in un'epica quanto infinita partita di biliardo. Ansia, noto anche con il nome di "Malattie Imbarazzanti", ipocondriaco cronico e dispensatore generoso di farmaci e rimedi per la qualunque. Gino, che da giovane voleva fare il musicista, ma poi ha incontrato Luisa, da allora definita la Yoko Ono di Bonassola.
E poi c'era Michele, l'unico ad essere andato via da quel paesino, per diventare giornalista musicale nella capitale. Insieme a Gino aveva fondato anni prima un duo, "I Pelandroni", e proprio a lui lascia un incarico singolare nel testamento: un viaggio a Woodstock con l'impegno di girare un documentario da proiettare nel bar al suo ritorno.

La Spezia - Woodstock A/R


Harley-Davidson-strada-viaggio-USA
Ambientato tra un piccolo paesino di La Spezia tutto bar, amicizie che durano dall'asilo e matrimoni nati a distanza di un paio di km al massimo e le immense strade degli USA, "La ballata delle acciughe" mantiene dall'inizio alla fine la struttura del binomio che si può leggere nel continuo confronto che Gino, durante il viaggio, fa tra la sua infanzia poverissima ma felice e una vita adulta ricca forse a livello materiale ma piuttosto rassegnata. La ritroviamo in quel pavone in ferro battuto in stile liberty che fregia il cancello d'ingresso del bar, circondato da una periferia grigia e desolante. L'elemento persiste anche nella struttura: si alternano i capitoli dal punto di vista della combriccola strampalata stazionata al bar per seguire gli spostamenti dell'amico oltreoceano e quelli che, appunto, raccontano il suo viaggio verso Woodstock.

Tutto intorno, dai nuovi edifici che circondano il bar, anonimi portoni e moderne finestre fatti di feroce alluminio anodizzato guardano il pennuto liberty di ferro come un leone distratto guarda un'antilope zoppa.
La ballata delle acciughe, Dario Vergassola, p. 9

La ballata della nostalgia


Elemento collante: la nostalgia. Dei tempi passati, del mito americano fatto di Harley Davidson, lunghe strade polverose e musicisti strafatti. Al traguardo, la meta leggendaria, che risulterà piuttosto una
Festival-Woodstock-Discorso-Swami
delusione: anche lì non resta altro che la magnificenza di un ricordo e qualche sciacallo che ne approfitta a discapito dell'italiano medio e un po' credulone.

Ora, il viaggio di Gino è un po' quello del lettore. Che si districa fino alla fine tra scene surreali popolate di acciughe parlanti più sagge degli umani che sono costrette a tollerare dal bancone del bar, incontri con gli UFO e momenti di riflessione quasi mistica alla Stefano Benni. Leggendo, si cerca disperatamente un messaggio finale che però non c'è (a differenza delle storie di Benni, che piaccia o meno l'autore). Non va oltre qualche riflessione buttata qua e là sull'inquinamento e il viver male. Persino alla fine, quando Gino sembra aver compreso il significato di quel lascito di Michele, tutto sfuma nel nulla.

Finalmente dopo anni di discorsi fatti nelle serate al bar, dopo le innumerevoli visioni del concerto proiettato al cinema Arsenale, dopo ore di ascolto in macchina delle musiche che avevano fatto la storia del rock, Gino scese dalla macchina con la telecamera accesa e filmò il nulla.
La ballata delle acciughe, Dario Vergassola, p. 101

A Dario Vergassola, comico e cantautore, va il merito dell'ilarità dei suoi personaggi da bar, nei quali viene fuori la sua vena da cabarettista e dà il meglio di sé. Più in là non vanno. Sotto il titolo, la copertina reca la dizione "romanzo", ma di questo gli manca la forza narrativa
In fondo, il titolo stesso racconta molto meglio quello che questo libro è davvero: una ballata
Serena, scanzonata e forse un po' brilla.



Angie

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Lo strano viaggio di un oggetto smarrito di Salvatore Basile

cover Lo strano viaggio di un oggetto smarrito Salvatore Basile

Recensione Lo strano viaggio di un oggetto smarrito di Salvatore Basile (Garzanti)

ovvero: ritenta, sarai più fortunato
Lullaby: Comptine d'Un Autre Été

Elena pensò che Michele aveva regalato a quegli oggetti un lieto fine. Ma aveva smesso di cercarlo e sperarlo per se stesso.
Lo strano caso di un oggetto smarrito, Salvatore Basile



Le ferie sono finite ed è arrivato il momento di parlarvi dei libri letti durante le mie vacanze: uno al mare e uno la sera prima di andare a dormire e che ancora devo finire (Il serpente dell'Essex di Sarah Perry).
Quello di Salvatore Basile è stato il mio libro da ombrellone, e, per inciso, se l'è vista piuttosto brutta durante una mareggiata improvvisa (sono stati attimi di panico!).

I protagonisti, Michele, Elena e Luce (la incontriamo solo a metà libro ma secondo me è fondamentale) in un modo o nell'altro sono reduci, sopravvissuti più o meno bene, da una dolorosa storia di abbandono.

Sulla costa abruzzese, a Miniera di Mare, vive Michele Airone. La sua vita da ferroviere - ha seguito le orme del padre -scorre su binari sempre uguali, scandita da abitudini oggetto di un culto quasi ossessivo: il turno di lavoro, la cena insapore uguale da anni. A trent'anni Michele non ha mai lasciato il suo paesino, né la stazione all'interno della quale si trova il suo alloggio. Il suo unico contatto con il mondo esterno sono i passeggeri che ogni mattina e ogni sera attraversano il piazzale per andare a lavoro o tornare alle proprie case. E gli oggetti che abbandonano sul treno: da anni Michele li raccoglie, li porta a casa e si prende cura di loro, che sono stati dimenticati da tutti proprio come è successo a lui.

Due di questi oggetti porteranno nella sua vita una ventata di cambiamento che inizialmente Michele, diffidente verso il prossimo come suo padre gli ha ben insegnato, proverà ad ostacolare in ogni modo.

Elena piomba in casa sua  per recuperare una bambola, Milù, con un'esuberanza che lascia Michele senza parole. Logorroica, indiscreta, prorompente. Elena rende pericolante ogni muro sicuro costruito con tanto impegno dal ragazzo, che prova a metterla alla porta ripetutamente, nonostante ne sia contemporaneamente attratto. Anche lei ha sofferto e a lungo ha vissuto isolata dal mondo per proteggersi, finché una vecchia promessa fatta alla sorella non l'ha spinta ad alzare la testa e accettare la vita con tutti i suoi colori, che siano belli o brutti, vivaci o spenti.

Insomma, Michele, è importante sapere di che colore sei, così ti accosti solo ai colori che si intonano al tuo.
Lo strano viaggio di un oggetto smarrito, Salvatore Basile

Una sera, durante il suo turno d'ispezione dei vagoni, Michele trova un altro oggetto: un quaderno rosso. Il suo cuore si ferma. Non è un semplice oggetto smarrito come quelli che per anni si sono avvicendati su quei sedili e hanno talvolta trovato rifugio in casa di Michele.
Lui conosce bene quel quaderno. Il suo diario di bambino racconta una vita felice nella quale Michele stenta a riconoscersi, che quasi non riesce a ricordare. Anni di dolore lo hanno spinto a spegnere i ricordi sereni, che riaprivano le sue ferite piuttosto che lenirle. I momenti passati con sua madre prima che senza una spiegazione o un addio lasciasse per sempre lui e suo padre. Si era portata via il suo diario con la promessa di restituirlo. Un patto che aveva infranto, come le speranze e la fiducia nel prossimo di Michele.

Con l'aiuto di Elena, Michele parte alla ricerca di sua madre, Laura, scomparsa ormai da 23 anni. Se Michele con lei aveva smarrito se stesso, in questo viaggio non troppo - ma abbastanza - lontano da casa, riuscirà finalmente a ritrovarsi.


Un libro emozionante ma incompleto


Qualcuno nel 2016, anno di pubblicazione, lo ha definito un caso editoriale. Io l'ho trovata una lettura piacevole e per certi versi emozionante: la storia di Michele è sviluppata bene e mi ha commossa. Il suo personaggio suscita empatia, ma questa stessa indagine introspettiva manca, invece, in Elena: un personaggio che ho trovato piatto rispetto a quello di Michele. In più il loro innamoramento fulmineo (plausibile solo nel caso di Michele, in realtà), quasi adolescenziale, che spesso scade in riflessioni smielate, è qualcosa che mi sarei aspettata più in un diverso tipo di romanzo e che non ho gradito.

Mi piace l'idea di un libro che racconta lo straordinario nel quotidiano, una nota che ritroviamo nella storia dell'orso polare che Gianni, il figlio di Luce, cerca sulle montagne di Piana Aquilana, in quei personaggi-comparsa che punteggiano la storia quasi come dei Virgilio improvvisati di Michele. Ricordano un po' i soggetti di Fabio Genovesi, ma il punto è che "Lo strano viaggio di un oggetto smarrito" è un libro in potenza, un "work in progress". Gli manca qualcosa, forse il salto finale per staccarsi da una storia che includa a qualsiasi costo una coppia innamorata.

Da leggere? Sì, se avete voglia di riempire il tempo libero con una lettura poco impegnativa.

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Un quaderno rosa di Stefano Massini


La storia della prima e unica donna del Giro d'Italia


Un quaderno rosa di Stefano Massini

Autore: Stefano Massini| Editore: Il Dondolo | pp. 33 


Era il 16 marzo di fine '800 quando Alfonsina Morini nasceva nella campagna sperduta di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena. Un posto da cui cercherà di fuggire, anche solo isolandosi, per gran parte della sua infanzia e adolescenza, fino a riuscirci.

Fuori luogo. Sono sempre stata fuori luogo, io. Il nome, il cognome, l'anno. L'esser Alfonsina invece che Alfonsin. Tutto sbagliato.Rammenta, cara mia: sei un errore con due gambe sotto. E sotto le gambe, per fortuna, i pedali.
Ma è colpa mia se là dove son nata le strade sono dritte lunghe fatte apposta per correrci su in bici?
Un quaderno rosa, Stefano Massini, p. 10

La sua storia bisogna proprio andare a scovarla, nonostante lei un po' l'abbia fatta. Perché se andate a cercare la definizione di Giro d'Italia c'è scritto chiaramente "corsa a tappe maschile". Eppure, nel regolamento non era specificato da nessuna parte e l'Alfonsina al Giro del 1924 partecipò, eccome. Mica male, per citare il testo.
Lei resterà l'unica donna del Giro d'Italia, solo 64 anni dopo verrà fondato il "Giro Rosa", l'equivalente della corsa maschile.

Corriere dello Sport su Alfonsina Morini Strada
Corriere dello Sport, 14 maggio 1924


Questo finto diario, scritto sulle pagine di un quaderno rosa con lo stemma della competizione che le viene donato insieme ai fiori alla fine del Giro, non è una favola contemporanea. È una bella storia piena di "nonostante". Nonostante fosse una donna. Nonostante suo padre, che diede via la sua Bianchi non appena scoprì che partecipava di nascosto alle gare dei dintorni.


La prima volta che vinsi qualcosa,fu una cassetta piena zeppa di ciliegie di Vignola. Mi sembravano le più belle ciliegie di tutta l'Emilia,rosse vive che nemmeno i bolscevichi in Russia.

Nonostante quel giornalista che le soffiò in faccia un "se ne torni dal marito". Mica lo sapeva lui, che proprio il Luigino ce l'aveva mandata. Ci pensò Alfonsina a farglielo presente, che poi era per questo che si era sposata, per non stare più alle regole di suo padre.
Nonostante, quindi, si fosse dovuta un trovare un marito per poter finalmente correre con la sua bicicletta, a soli 15 anni. Un marito che, però, in dono di nozze le offrì una bici. Che passò la sua vita a incoraggiarla.Che, in vista del Giro d'Italia del 1924, le disse: "Vacci o non ti parlo più quanto è vero il Cristo".

In "Un quaderno rosa" non sono solo i "no" ad accompagnare Alfonsina Morini Strada al Giro d'Italia. Ci sono anche le voci di tante donne, che fanno da sottofondo e se ne restano un po' in disparte in quel mondo ancora così tanto in mano agli uomini. Ci sono le frasi della zia paterna, Enza, che a volte cita Carolina Invernizio e l'unico libro mai letto in vita sua (e in tutta la famiglia Morini), ci sono i rimbrotti della Gina, la madre di Alfonsina, che ripeteva costantemente l'avvertimento, che poi la figlia fa suo e adatta alla sua vita: "Quando apro i miei cassetti voglio trovarli pieni". Ci sono le donne genovesi, affacciate dai balconi, che con le loro voci di sostegno l'avvolgono quando viene messa in discussione la legittimità della sua partecipazione al Giro.

...e così una dopo l'altra, da terrazzi e da finestre, poi perfino per strada, che fu come se tutte le donne di Genova fossero scese giù a darmi man forte contro quei baffi.
Un quaderno rosa, Stefano Massini, p. 13

Sembra quasi un paradosso che proprio tutto quello che l'ha ostacolata fin dall'inizio - l'essere donna, la famiglia, la piccola comunità bigotta in cui è nata - siano poi in un certo senso il suo sostegno e il centro dei suoi pensieri durante e dopo la Gara. Forse perché il trucco sta nel saper prendere il meglio di tutto e buttare via quanto è d'intralcio. Nell'accettare che le radici sono un vincolo ma anche un sostegno.


Finalisti Premio Campiello 2017
Stefano Massini tra i cinque finalisti Premio Campiello 2017


Stefano Massini, candidato al Premio Campiello 2017 con "Qualcosa sui Lehman", ce la racconta così Alfonsina Morini Strada, in questo ebook gratuito realizzato con "Il Dondolo" la casa editrice digitale del Comune di Modena diretta da Beppe Cottafavi e nata proprio con l'intento di promuovere le eccellenze del territorio, che non sono solo motori e tortellini, ma anche grandi scrittori e impavide cicliste.

Trenta pagine scritte così bene, che sembra quasi di sentirla nella testa la voce di Alfonsina che ci racconta il suo coraggio.

Trovate l'ebook gratuito sulla rete "Emilib" di MediaLibraryOnline sia in epub che in formato per Kindle.


Altri ebook gratuiti pubblicati dal Dondolo:

Nebbie e miracoli, autostrade e fast food di Ugo Cornia

Buone letture,
Angela


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Alessandro D'Avenia ci insegna "L'arte di essere fragili"


L'arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita


Copertina L'arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita di Alessandro d'Avenia

Avvertenze speciali: come Leopardi dovrebbe essere raccontato ai ragazzi
Lullaby: China Town, Caparezza
In questo periodo fioccano le liste di libri da leggere durante le vacanze, quelle preparate a volte accuratamente, a volte con tanta noia e tanto disinteresse dai docenti a fine anno. Quando ho letto "L'arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita" di Alessandro D'Avenia ho pensato che sì, questo titolo in tutte quelle liste ci dovrebbe proprio essere. Io l'avrei voluto nelle mie... ahimé dieci anni fa! 

C'è D'Avenia alla soglia dei suoi 40 anni di vita e c'è Giacomo Leopardi che a quell'età ha lasciato la sua. Tutti abbiamo un libro o un autore "rivelatore". 

Nella nostra stanza facciamo entrare solo chi ha il diritto di vederci scoperti, senza difese, persino nudi. [...] Pensa, lettore, a ciò che ti sta accadendo adesso, all'atto di sconsiderata fiducia che si consuma nel leggere un libro [...]: stai permettendo ad un estraneo di entrare nella tua notte, il momento in cui abbassi le difese. [...] Così è accaduto a me con chi mi ha svelato il segreto della felicità, l'ultimo a cui avrei pensato, da ragazzo, di concedere la chiave della mia stanza: Giacomo Leopardi.
L'arte di essere fragili, Alessandro D'Avenia, p.11-12

Ritratto del Giacomo Leopardi
Giacomo Leopardi, ritratto di A.Ferrazzi

Il mio, ad esempio, è Luigi Pirandello, nato proprio oggi decenni fa, che con il suo "Uno, nessuno e centomila" mi ha regalato una boccata d'aria fresca. Vorrei aver potuto leggere "L'arte di essere fragili" quando ero un'adolescente impacciata e imbranata. 

...una generazione che ha il volto dell'uomo di Munch che urla sul ponte, sopra il quale ha dimenticato da dove viene e dove va e rimane sospeso nell'angoscia della vertigine, non sapendo se andare avanti o tornare indietro.
L'arte di essere fragili, Alessandro D'Avenia, p.10

D'Avenia ricostruisce il ritratto di una generazione incontrata sui treni da pendolare, nelle classi dove insegna o dove ha svolto delle brevi supplenze, per strada, in un bar. Ricostruisce un filo tra gli adolescenti di oggi, di ieri, del secolo scorso. Con l'amore per i ragazzi e per la letteratura strappa Leopardi allo stereotipo del poeta triste e pessimista. Del letterato che si strugge per l'infinito e per gli amori negati. Ne riconosce invece il coraggio di amare la bellezza del mondo, di cercare con gli occhi le stelle nelle notti più buie. E quel coraggio lo consegna al lettore, agli adolescenti che stanno cercando la propria strada e a quegli adulti che forse l'hanno persa.

Alessandro d'Avenia a scuola
Alessandro D'Avenia a scuola. Foto dal suo blog "Profduepuntozero"


Questo libro è la lettera mancante, quella che Leopardi avrebbe voluto scrivere ai giovani del XX secolo. Si assume l'onere e l'onore di fare da ponte tra due mondi, con la gratitudine di chi negli scritti del poeta ha trovato se stesso.

Leggere ciò che un altro uomo ha scritto è entrare in relazione epistolare con lui: lui ci scrive, noi, a distanza di migliaia di ore, rispondiamo. La poesia è un messaggio in bottiglia, che vive della speranza di un dialogo differito nel tempo.
L'arte di essere fragili, Alessandro D'Avenia, p.14

"L'arte di essere fragili" racconta come l'unico modo per essere felici sia accogliere la propria fragilità e trasformarla in forza, sia accettare quella degli altri e prendersene cura. E, per farlo, la strada da seguire è quella di conoscere la propria vocazione, la propria natura, il proprio sogno, il proprio "rapimento" o "chiamata ad essere qualcuno".

Tu mi hai insegnato che il rapimento non è un lusso che possiamo concederci una notte all'anno, ma la stella polare di una vita intera.
L'arte di essere fragili, Alessandro D'Avenia, p.17

Caro Giacomo, tu mi hai svelato il segreto per far fiorire un destino umano intuito nell'adolescenza. Solo la fedeltà al proprio rapimento rende la vita un'appassionante esplorazione delle possibilità e le trasforma in nutrimento anche quando la realtà sembra sbarrarci la strada.
L'arte di essere fragili, Alessandro D'Avenia, p. 21

C'è un infelicità diffusa in quest'epoca di "passioni tristi". D'Avenia ricorda il dato di suicidi in Occidente di ragazzi sui quindici anni, ma per capire di cosa sta parlando basta molto meno, basta pensare all'esercito degli stagisti, dei mittenti seriali di CV che si affannano nel tentativo di realizzarsi o solo di campare.

Il rapimento che ha il suo seme nell'adolescenza e si scontra con la realtà per il resto della vita, in questa fase così delicata va custodito, sostenuto, incoraggiato.
Qualche mese fa sono stata alla presentazione de "La bottiglia magica" di Stefano Benni. Era presente anche uno dei due illustratori che hanno curato questo libro in cui immagini e parole sono i fili di un unico intreccio e mi ha colpita una frase detta da Luca Ralli: "fino alla III elementare pensavano fossi un imbecille". Perché seguiva le lezioni disegnando, mentre tutti gli altri prendevano appunti. Lui, che ora è diventato un illustratore professionista. E se quel "rapimento" lo avesse ignorato? Avremmo un artista in meno.

Il mondo li vuole normali, cioè mediocri, fino a far credere loro che quella unicità sia sbagliata.
L'arte di essere fragili, Alessandro D'Avenia, p.118


Stefano Benni e Luca Ralli al Forum Monzani di Modena 8 dicembre 2016
Stefano Benni e Luca Ralli al Forum Monzani di Modena 8 dicembre 2016


Noi adulti vorremmo controllare l'adolescenza,credendo sia una scorciatoia per educare,ma questa fase della vita, con la sua sete di libertà, non vuole controllo, bensì apertura, accettazione, affermazione, destinazione, obiettivi [...]
L'arte di essere fragili, Alessandro D'Avenia, p. 32


Il punto è che come sottolinea l'autore nella pagina seguente, "si parla tanto di adolescenti, ma si parla troppo poco con gli adolescenti".
D'Avenia ha quella sensibilità del prof, o meglio del Prof 2.0 come da titolo del suo blog, che dà tutto un altro tono al suo modo di rivolgersi ai ragazzi. Con un amore, una delicatezza e un rispetto che tutti gli insegnanti dovrebbero avere nel momento in cui scelgono questo lavoro.
Qualcuno come lui l'ho avuto al liceo e l'ho incontrato anche dopo. Sono quei prof che ti cambiano la vita o la prospettiva su di essa. Non tentando di rivestire il ruolo degli amici, ma parlandoti del mondo, del futuro e delle infinite possibilità attraverso la letteratura, la chimica, la storia, la filosofia. Sono lì a ricevere mille domande, ad alta voce o silenziose, e le loro risposte sono fondamentali, perché possono indirizzare quel fuoco, quella tensione all'infinito, che i ragazzi hanno dentro verso la costruzione o verso la distruzione di se stessi.

D'Avenia, che parla al lettore attraverso e con Leopardi, racconta il proprio rapimento, quello di insegnare: "Questa è la poesia del mio mestiere: immaginare il loro compimento, sapendo che solo alla fine scoprirò cos'era ciò che avevo intuito in quei capolavori di carne e spirito. Loro sono la mia biblioteca di inediti" (p. 52).

Prove spettacolo teatrale ispirato a "L'arte di essere fragili" di Alessandro d'Avenia
Prove spettacolo teatrale ispirato a "L'arte di essere fragili"


Il libro, capitolo dopo capitolo, segue il tema del "rapimento" nelle diverse fasi della vita. Da quando è poco più di un germoglio che va riconosciuto e allevato, alla sua lotta contro le intemperie della vita, della realtà, della quotidianità. La maturità è consapevolezza della fragilità, è accettazione dei limiti. "L'arte di essere fragili" è un libro sull'importanza dei sogni, di conoscerli, coltivarli e sulla necessità di costruirsi nella loro irrealizzazione.
All'inizio D'Avenia scrive che "senza rose e senza libri siamo perduti, perché è perduta l'occasione di provare quella meraviglia che può innescare la felicità", ma alla fine del libro, come della vita, è un altro fiore, tanto caro a Leopardi, che diventa il simbolo di come la tensione all'infinito si trasformi in resistenza: "Le fragili piante di ginestra non si credono immortali né per destino né per autosuggestione: sanno tutta la loro mortalità e non se la lasciano scappare, trasformandola in essenza e colore per il mondo".

Tuttavia, il riconoscimento della tua fragilità non ti esime dal compito di fiorire, non diventa mai alibi per ritirarsi dallo slancio erotico ed eroico verso la vita, dalla lotta.
La ginestra, sintesi di tutte le età della vita, profuma la landa desolata del deserto e persino la consola, rendendola abitabile, almeno un poco, per chi la attraversa. Grazie a questa piccola e indomita bellezza, si può ancora sperare, si deve.
L'arte di essere fragili, Alessandro D'Avenia, p. 173


Come ho detto all'inizio, avrei voluto che questo libro fosse già stato scritto quando ero un'adolescente, ma, sarò sincera, anche da quasi trentenne ha il suo perché.
Un libro poco da ombrellone, ma tanto per la vita. Un invito appassionato a seguire la propria strada per quanto tortuosa, all'accettazione delle difficoltà, a non arrendersi.Un inno alla letteratura e alla sua preziosità. Alla fede nel potere dei libri. 

I libri scelti bene, caro Giacomo, possono salvare la vita, soprattutto quella fragile , facendole cogliere il frutto del futuro che ha dentro.
E, grazie a te, quando dico che un libro può salvare la vita so che non sto ricorrendo solo a una metafora.
L'arte di essere fragili, Alessandro D'Avenia, p.194
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"Per dieci minuti" di Chiara Gamberale: il libro giusto al momento giusto

Copertina Per dieci minuti di Chiara Gamberale






Per dieci minuti di Chiara Gamberale (Feltrinelli)


 ovvero quando i libri curano le persone
Colonna sonora: La verità di Brunori Sas

Ho comprato il libro di Chiara Gamberale per una serie di motivazioni accidentali: pioveva, la copertina supercolorata anti-metereopatia, sono entrata nella Feltrinelli vicino casa proprio il giorno in cui iniziava la promozione 2 libri a 9.90 su alcuni titoli della collana Universale Economica (p.s. valida fino al 31 luglio).

A conquistarmi è stata la quarta di copertina. Avete presente quando con un libro è amore a prima vista? Quando sembra parlarvi una lingua assurdamente familiare? Un po' come quando Ollivander dice a Harry Potter che è il mago a scegliere la bacchetta: a volte sono i libri a scegliere le persone, secondo me.

Il diario di un mese (dicembre scandito da questi 10 minuti come le settimane di un altro avvento) in un anno che sembra la fine del mondo (ironia del caso: è il 2012). Quando la persona che ami da 18 anni, quella con cui hai riso, pianto, studiato, vissuto, con cui sei cresciuta parte per Dublino e con una telefonata ti dice che no, non tornerà, cosa ti tiene in piedi? Se hai passato 18 anni a formare te stessa negli spazi attorno a quella persona, cosa te ne fai quando fa le valigie di tutto quello spazio dentro casa e dentro te? 

Forse, mentre cadevo tutta in quegli occhi gialli, cadevo anche nella possibilità che sarebbe stato sempre lui a guidare. La macchina, il motorino, me.
Per dieci minuti, Chiara Gamberale, p.85

Penso alle cene che Mio Marito improvvisava. Alle verdure grigliate di mia madre. A tutte le cose che fanno al posto nostro per noi: dobbiamo essergliene grati?Ma certo.Anche se quelle stesse persone,mentre ci sollevano da un'incombenza, ci tolgono la possibilità di un'esperienza. Colpa loro? A volte.Colpa nostra? Sempre.
Per dieci minuti, Chiara Gamberale, p.112

La soluzione a Chiara la dà la terapista: dieci minuti. Dieci minuti ogni giorno per un mese per dedicarsi a qualcosa di diverso, qualcosa mai fatto prima. Nessun'altra indicazione. 
Quei dieci minuti, inizialmente guardati con sospetto, con scetticismo, diventano tutto. Si rivelano la strada non per tenere la mente impegnata, ma per riscoprirsi come individuo o, forse, per conoscersi davvero. Per riprendere a vivere, a respirare dopo mesi di apnea.
Dieci minuti per quello smalto dal colore assurdo, per suonare il violino, per parlare con tua madre - davvero però -, per imparare a cucinare, a guidare, per ricordarsi che tutto intorno il mondo non si è fermato, è vivo, è bellissimo. Togliendolo, col tempo, quel "nonostante tutto".

Perché i nostri schemi emotivi e mentali, da cui l'inconscio si sente protetto e che consideriamo i confini della nostra identità, si rivelano in realtà dei limiti.
Per dieci minuti, Chiara Gamberale, p. 95

187 pagine e 320 minuti nel mondo di Chiara che poi è stato un po' anche il mio, che non ho pene d'amore da risolvere, ma non serve mica un uomo o un amore complicato per mettersi in discussione.

Hai presente quando la vita che fai ti pare sì la tua, ma senza di te?
Per dieci minuti, Chiara Gamberale,p.19

Un libro che ha le istruzioni incasinate di un modo per ricominciare diluite tra le vite di altri, come quelle ricette per fare i pancakes, i tutorial per preparare le lanterne o ricamare inseriti di tanto in tanto nel diario, interrompendo o forse completando il flusso di pensieri.
"Per dieci minuti", lo dico senza fare retorica, è stato il libro giusto al momento giusto e io alla storia che i libri curano un po' le persone e le aiutano a capirsi meglio ci credo come un bambino crede a Babbo Natale. Un feeling simile con un libro l'ho provato tanti tanti anni fa, ne avevo 11, forse meno, con "Uno, nessuno e centomila" di Pirandello. 

Perché, in effetti, il meglio della vita sta anche nei libri che tutti hanno letto, ma che per qualche imprecisato motivo noi ancora no.
Per dieci minuti,Chiara Gamberale, p.169

Questa è la frase che Chiara scrive prendendo per la prima volta tra le mani il libro "Harry Potter e la Pietra Filosofale". Un libro che avrò letto decine di volte, mentre uno della Gamberale ancora non lo avevo letto.
E mi fa sorridere pensare che il suo "Per dieci minuti" sia stato il mio Harry Potter.





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